Multiverse Of Series

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4. Il regno del pianeta delle scimmie: Wes Ball ci riporta nel mondo avventuroso della saga

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Il regno del pianeta delle scimmie: il film di Wes Ball che ci riporta nel mondo della saga dopo la trilogia terminata nel 2017, con la Freya Allan di The Witcher come protagonista umana.

Non sentivamo il bisogno di un nuovo film della saga de Il pianeta delle scimmie. Non ne sentivamo la necessità in primo luogo perché il ciclo di storie, andato avanti dal 2011 al 2017, era risultato compiuto in tutto e per tutto. In fin dei conti, una trilogia è un qualcosa che percepiamo in automatico come completo, perché soddisfa la nostra esigenza di un inizio, uno svolgimento e una fine. Cose che abbiamo avuto con L'alba del pianeta delle scimmie, il suo seguito Apes Revolution e infine The War. Poi sono successe un paio di cose che hanno acceso i riflettori sul nuovo progetto, un quarto film che è in realtà un nuovo inizio.

Nel nome di Cesare

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Il regno del pianeta delle scimmie, un nuovo inizio

La storia de Il Regno del Pianeta delle Scimmie si pone nel futuro rispetto al capitolo precedente, un futuro vago, definito solo da un generico “Molte generazioni dopo”. Cesare non c'è più, le scimmie sono la specie dominante e vivono in armonia tra loro, mentre gli umani sono costretti a tenersi nell'ombra. Un contesto molto diverso da quello che avevamo lasciato, sullo sfondo del quale un nuovo leader emerge e cerca di costruire il proprio impero con metodi tirannici e tradendo il nome di Cesare a cui si ispira. In questo contesto si muove la storia di Noa, una giovane scimmia che inizia il proprio viaggio con intraprendenza, imbattendosi in un'umana che mette alla prova le sue idee e trovandosi a dover mettere in discussione tutto ciò che conosceva del passato, arrivando a dover fare delle scelte per poter ridefinire il futuro. Per se stesso, per le scimmie e per gli umani.

Guardare avanti

La scelta di spostarsi nel futuro rispetto ai capitoli precedenti, e di tenerlo un tempo non meglio definito, permette alla sceneggiatura di Josh Friedman di muoversi con molta libertà, di poter costruire l'ambientazione che fa da sfondo al racconto senza rigidi vincoli né col passato e la trilogia conclusa, né col futuro conosciuto nei film degli anni ‘70: il film di Wes Ball è un nuovo interessante inizio che in questo modo va a riempire una duplice caselle, sequel da una parte, prequel dall'altra. Il regno del pianeta delle scimmie si muove in modo agile in questo spazio che si è andato a creare da solo e con intelligenza, facendo da ponte tra due anime del franchise che abbiamo già conosciuto. E riesce a farlo raccontandoci una buona avventura, un viaggio che riesce ad appassionarci alle figure che lo compiono.

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Freya Allan con i coprotagonisti scimmie

A cominciare da Noa, giovane scimmia che deve scoprire il mondo e mettere in discussione ciò che credeva di sapere, resa con profondità dal suo doppiatore Owen Teague e il team degli effetti visivi, un duplice lavoro, artistico e tecnico, che lo rende una figura tridimensionale, credibile, con cui è facile empatizzare. Questo sforzo nella costruzione visiva viene messo continuamente alla prova da Wes Ball, che non si tira indietro quando si tratta di osare sul piano dei mezzi da mettere in gioco e non rinuncia a mostrare a schermo un numero elevato di scimmie, e quindi personaggi totalmente creati in digitale, e altre importanti sfide per tutto il comparto tecnico.

L'umanità e la conoscenza

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Freya Allan è Mae

Il mondo de Il regno del pianeta delle scimmie è visivamente imponente nella sua decadenza, con scenografie e ambienti che trasmettono il senso di tempo passato, le “tante generazioni” a cui fa riferimento la didascalia iniziale: è il nostro regno ormai decaduto, pronto a diventare quello delle scimmie, abili ad attingere a ciò che trovano per sfruttarlo e farlo proprio. È un mondo di passaggio, ben rappresentato anche dai pochi personaggi umani, dalla Mae di Freya Allan al Trevathan di William H. Macy. Perché c'è umanità nel film di Wes Ball, al di là di loro, nelle scimmie e in una conoscenza che va preservata o conquistata. Perché è lì che risiede il vero potere: nella conoscenza, in quel sapere che rischia di decadere come il nostro mondo umano. Un monito che accogliamo in tempi che appaiono fin troppo di declino.

Conclusioni

Non ne sentivamo il bisogno, ma alla fine ci ha convinti: Il regno del pianeta delle scimmie è un buon film d’avventura che sfrutta il tempo passato dalla fine dei capitoli precedenti per costruire qualcosa di nuovo e personale, andandosi a collocare in quel vuoto narrativo che c’è tra la trilogia conclusa nel 2017 e i classici degli anni ’70. Wes Ball riesce a creare l’atmosfera giusta e sfrutta buoni effetti visivi per tratteggiare il suo mondo che si colloca tra la fine dell’umanità e l’esplosione della civiltà delle scimmie, lasciandoci con la curiosità di vedere come questa storia tra essere sviluppata ulteriormente.

👍🏻

  • La scelta di collocarsi in un tempo indefinito e lontano dai film visti di recente.
  • Gli effetti visivi, che sanno costruire un mondo decadente, desolato e credibile.
  • La recitazione dei (tanti) personaggi virtuali.
  • I pochi personaggi umani, ben costruiti e calibrati.

👎🏻

  • Non tutti i passaggi della storia funzionano a dovere.
  • Alcune riflessioni restano in superficie… ma potranno essere sviluppate in futuro.
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‘HOUSE OF THE DRAGON’ Season 3 has entered production.

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The War - Il pianeta delle scimmie: Ape-calypse Now

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Matt Reeves chiude la nuova trilogia della saga di Il pianeta delle scimmie con un capitolo spiazzante, in cui l'impressionante fotorealismo si concentra sull'emotività dei propri protagonisti, in un viaggio all'interno del significato di umanità che somiglia più a un western crepuscolare che a un film di guerra.

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The War - Il pianeta delle scimmie: una scena del film di Matt Reeves

Sei troppo emotivo!”: la frase chiave di The War - Il pianeta delle scimmie, la pronuncia Woody Harrelson, un colonnello folle che sembra una fusione tra il suo personaggio in Assassini nati (1994) e il Kurtz di Apocalypse Now (1979), nel terzo atto del film, in cui si scontra faccia a faccia con Cesare, lo scimpanzé super intelligente protagonista del nuovo ciclo di avventure della saga di Il pianeta delle scimmie, cominciato nel 2011 con L'alba del pianeta delle scimmie.

Autoproclamatosi la “scimmia nuda”, l'uomo ha conquistato il mondo grazie al suo pollice opponibile e alla capacità di costruire strumenti e immaginare mondi complessi. Consapevole della propria natura mortale, l’homo sapiens vive il paradosso di poter concepire l'infinito nella propria mente essendo però costretto a trascinarsi in un corpo mortale. Evolutosi in maniera esponenziale attraverso diverse civiltà e tecnologie, l'essere umano continua però a non fare i conti con le proprie origini, creando un'immagine di se stesso razionale che non corrisponde alla realtà, perché non tiene conto dei nostri insopprimibili istinti primordiali.

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The War - Il pianeta delle scimmie: Woody Harrelson in una scena del film

Dal terzo, e conclusivo, capito della nuova trilogia di Il pianeta delle scimmie ci si poteva aspettare un semplice film d'azione realizzato con una tecnologia sempre più avanzata e realistica, invece il regista Matt Reeves ha deciso di mettere in scena un racconto che è quasi un trattato di sociologia, in cui le vere esplosioni sono nelle rughe d'espressione e negli occhi dei protagonisti, che vivono un conflitto interiore costante, dal valore universale, perché è quello di ogni creatura dotata di coscienza.

Un western animale

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The War - Il pianeta delle scimmie: un'immagine tratta dal film

Sei troppo emotivo”, dicevamo. Dopo una spettacolare scena d'apertura che ricorda i grandi film di guerra dedicati al conflitto del Vietnam, che accontenta gli amanti duri e puri del genere, The War - Il pianeta delle scimmie preme improvvisamente il freno, per cambiare ritmo e respiro, diventando un western crepuscolare, in cui Cesare e tre dei suoi più fidati compagni, Maurice (Karin Konoval), Rocket (Terry Notary) e Luca (Michael Adamthwaite), intraprendono un viaggio a cavallo in mezzo a boschi innevati, per cercare di stanare ed eliminare il Colonnello, in modo da mettere fine alla guerra tra uomini e scimmie. L'incontro con una bambina muta, Nova (Amiah Miller), incapace di parlare a causa di un virus che sta togliendo agli esseri umani le principali caratteristiche che li rendono tali, sconvolge ancora di più Cesare, combattuto tra la sua voglia di vendetta nei confronti del Colonnello e la consapevolezza di assomigliare sempre di più al nemico che tanto odia.

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The War - Il pianeta delle scimmie: un momento del film

Si può essere umani senza la nostra emotività? E si può allo stesso tempo esserlo senza provare compassione per il prossimo e per le forme di vita che ci circondano? Ridotti a figure stereotipate o silenti, gli uomini del racconto sono come delle figurine su un libro stampato, che ripetono gli stessi errori di sempre, incapaci di cambiare; al contrario le scimmie, e in particolare Cesare, si pongono domande, soffrono, tornando ogni volta al punto cruciale del film: possiamo imparare dai nostri errori o no? In un perfetto scambio di prospettiva, è la scimmia ad avere la maggiore lucidità: consapevole di non potersi liberare totalmente della propria emotività, che ha dato origine al conflitto, Cesare prova pietà per gli esseri umani e per se stesso, capendo che la scintilla della guerra è e sarà sempre presente nel suo cuore, anche se la testa gli dice che non è naturale.

Le scimmie siamo noi

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The War - Il pianeta delle scimmie: Woody Harrelson in un momento del film

Grazie a un costante gioco di specchi, Reeves fugge la facile trappola del “chi ha ragione e chi ha torto”, elemento che non ha nessuna importanza, mettendo in scena un riassunto degli errori che l'umanità compie ciclicamente: in The War - Il pianeta delle scimmie c'è la rappresentazione di ogni scontro, di ogni atto di terrorismo, di ogni tortura, pescando a piene mani anche dall'iconografia religiosa, con un Casare crocifisso e frustato, a cui viene negato da bere, come Gesù imprigionato dai romani. A sorpresa, l'ultimo anello di Il pianeta delle scimmie è dotato di una complessità inaspettata, in cui il protagonista si rende conto dei propri errori e di quelli del nemico, cercando di capire come arginare i danni di un'aggressività incontrollabile, che ritorna prepotentemente ogni volta che il conflitto tocca personalmente ognuno di noi, restringendo lo sguardo dal macroscopico al microscopico. In questo senso l'unica speranza per gli esseri umani è tramandare i nostri errori alle nuove generazioni, confidando nel fatto che un giorno capiscano come evitare di lasciarsi trasportare dalla propria natura e innescare le fiamme della guerra ancora e ancora e ancora.

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The War - Il pianeta delle scimmie: Amiah Miller in un momento del film

Il personaggio della bambina, Nova, diventa quindi l'incarnazione stessa della speranza: silenziosa e compassionevole, non si perde in discorsi solenni o in complicate strategie di guerra, ma, semplicemente, con il suo sguardo puro e il tocco delicato, fa quello che sembra impensabile, ovvero fare del bene anche a chi ci ha causato una perdita, addirittura tendendogli la mano per offrirgli del cibo e quindi la vita, perché anche lui soffre come noi. In un ulteriore cambio di prospettiva, la bambina è come un animale senza macchia, muto e innocente, che non capisce cosa sia l'odio o la vendetta, facendo ricordare a Cesare che una volta anche lui era come lei.

Fotorealismo all'ennesima potenza

L'introspezione psicologica del film non sarebbe possibile senza la prova straordinaria di Andy Serkis, ormai riferimento assoluto nel campo della recitazione in motion capture: il suo Cesare è di un'umanità disarmante. Matt Reeves mette al servizio dell'attore l'incredibile fotorealismo della tecnologia usata concentrandosi soprattutto sul suo sguardo e sul volto, inquadrando insistentemente il protagonista in primo piano, allargando il campo solo quando è strettamente necessario ai fini della storia, a dimostrazione ancora una volta che la guerra che gli interessa è quella nella mente dei suoi personaggi. A impreziosire il tutto la fotografia di Michael Seresin e la musica di Michael Giacchino, che contribuiscono a creare un'atmosfera decadente e intimista, illuminata solo a tratti da una luce di speranza e di umorismo, incarnato dal personaggio di Bad Ape (scimmia cattiva, interpretato da Steve Zahn), anello di congiunzione tra le scimmie in stato di natura e quelle evolute, che forse ci ricorda più di tutti quanto siamo buffi quando ci sforziamo di soffocare i nostri istinti cercando di comportarci come esseri razionali.

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Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (2014)

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Forse, come ci dice il regista Matt Reeves, è stato davvero più arduo il compito del suo predecessore Rupert Wyatt, che nel 2011 è riuscito a far ripartire con un successo clamoroso quanto forse imprevisto la saga de Il pianeta delle scimmie con un nuovo franchise, cosa su cui all'epoca pochi avrebbero forse scommesso, oltretutto dopo il flop del dimenticabile remake di Tim Burton, con James Franco scienziato farmaceutico affiancato da uno scimpanzé senziente animato in performance capture e in definitiva vero protagonista del film… Scetticismo, come minimo!

Se difficile era rilanciare, ancora più difficile poteva essere ripetersi percorrendo l'inevitabile quanto impervia strada del sequel, soprattutto dopo il successo del primo film: più aspettative, maggiore budget, maggiore attesa. Se per Wyatt c'era il rischio della scommessa, per Matt Reeves, che lo ha sostituito al timone l'onere invece di un pesante eredità da portare avanti.

Monkey strikes back

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Scimmie a cavallo in Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie

Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie prosegue la strada iniziata dal suo predecessore, non solo per quanto riguarda il successo di pubblico, ma anche dal punto di vista creativo e narrativo, con un risultato ancora migliore del precedente. Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie è per L'alba del Pianeta delle Scimmie quello che L'impero colpisce ancora è stato per Guerre stellari, il che rende benissimo l'idea di quali proporzioni abbia raggiunto il nuovo franchise e di quale sia il livello di questo sequel sulla strada verso Il pianeta delle scimmie. Perché è decisamente là che stiamo andando, verso il pianeta delle scimmie, non verso il pianeta degli umani evidentemente, anche se non ci siamo ancora, e l'inappropriato titolo italiano di questo sequel lo anticipa scoordinatamente creando abbastanza confusione.

Apes Evolution

In realtà, L'alba del pianeta delle scimmie era stato usato per tradurre l'originale Rise of the Planet of the Apes, non immaginando che il sequel si sarebbe intitolato in originale proprio Dawn (alba) of the Planet of the Apes, quindi da noi si è pensato bene di rimediare con l'improbabile Apes Revolution. “Ma la rivoluzione è piuttosto nel primo film”, fa notare lo stesso Matt Reeves, “per cui sarebbe stato semmai più appropriato Apes Evolution”. Infatti il film precedente si era concluso con l'esercito di scimmie liberatosi dalla cattività e in fuga verso la foresta. Lo stesso farmaco T-113 creato in laboratorio che ha reso le scimmie più intelligenti, si è tramutato in un virus letale per l'uomo e si é diffuso rapidamente sterminando quasi l'intera razza umana. Dopo dieci anni, ritroviamo le scimmie guidate da Cesare (Andy Serkis) che si sono invece moltiplicate ed evolute, hanno costruito la loro comunità nella stessa foresta di Muir alle porte di San Francisco, gettando le basi per una nuova società. Le scimmie si imbattono in un drappello di uomini sopravvissuti alla pandemia del virus Simian: un rimasuglio della razza umana che vive in quel che resta della città, un crogiuolo guidato da Dreyfus (Gary Oldman) che vive senza energia elettrica, possibilità di comunicare o cercare i propri simili in giro per il mondo. Nonostante la fiducia che si instaura tra le scimmie e alcuni di loro, come lo scienziato Malcom (Jason Clarke), la sua compagna Ellie (Keri Russell) e il figlio Alexander (Kodi Smit-McPhee), la fragile tregua é destinata a rompersi e la guerra per chi emergerà come specie dominante del pianeta Terra sembra inevitabile.

L'istinto del primate

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Apes Revolution: Jason Clarke in una sche del film

Il film presenta una scrittura eccellente su vari livelli: oltre ad essere un action movie che riesce a mantenere viva la tensione e l'attenzione dello spettatore per l'intera durata, propone numerose chiavi di lettura e spunti di riflessione tutti egualmente affascinanti e sviluppati in maniera sottile ed intelligente. Sorprendentemente per un film di science fiction, questo è soprattutto un character movie, un film dove sono i personaggi ad essere protagonisti, e che in fondo è una profonda riflessione sugli aspetti della natura umana e sulla sua complessità: e ad un livello più profondo anche un'analisi sottile di come l'istinto di sopravvivenza e la mancanza di fiducia possano generare la rabbia e l'odio da cui nascono le guerre. In questo senso risulta drammaticamente attuale la riflessione sulle cause che sono alla base della deflagrazione e del perdurare di un conflitto tra razze. Sono due specie a confronto, due famiglie, una di umani e una di scimmie, che lottano per la sopravvivenza, e che nonostante la saggezza e il buonsenso dei propri leader, non riescono ad andare oltre le proprie differenze, a non incolpare gli altri per le proprie disgrazie e a non entrare in collisione tra loro. Il film ribalta le prospettive perché il soggetto di studio di questa indagine sulla natura umana non sono gli uomini bensì le scimmie, l'evoluzione della cui specie viene utilizzata come metafora per descrivere quella degli uomini.

Ave Cesare

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Apes Revolution - Il Pianeta delle Scimmie: una scena del film

Il protagonista è Cesare, la storia è raccontata da suo punto di vista, è con lui che si crea la maggiore empatia: il senso di protezione per la sua famiglia e per la sua comunità, il suo legame con la razza umana con la quale ha affinità per le sue origini e per come è cresciuto, e di come questo suo background faccia di lui un personaggio combattuto ma allo stesso tempo un leader saggio e progressista. In fondo la differenza tra lui e Koba (uno straordinario Toby Kebbell) è che quest'ultimo non ha una famiglia, affetti o legami da preservare che rendano meno cieca la sua rabbia e lo portino a considerare la tragicità delle conseguenze di una guerra.

Ho scelto di fidarmi di Koba perché pensavo che le scimmie fossero meglio degli uomini ma non è vero, adesso vedo quanto siamo simili a loro
Cesare è un personaggio straordinario pieno di sfaccettature e dal carisma unico: Andy Serkis dà vita ad un personaggio più umano, reale ed empatico di quanto non si possa restituire con una performance live action. Il suo sguardo in camera è ipnotico, il suo carisma palpabile, la libertà creativa ed espressiva dell'attore diventa totale nel definitivo sdoganamento della performance capture.

Più vero del vero

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Dawn of the Planet of the Apes: Jason Clarke e Andy Serkis in una foto del set

Evidentemente le riprese in 3D nativo, con i macchinari direttamente in location esterna (più dell'85% delle riprese sono state effettuate tra la foreste di Vancouver e New Orleans) invece che di fronte agli schermi verdi portano la ricerca del realismo ad un livello ancora superiore e mai raggiunto, a fronte di una difficoltà esponenziale nella realizzazione: pioggia, fango e pietre, tutto reale, le foresta della British Columbia che si anima di attori che danno vita a scimmie ancora più vere che se fossimo in un documentario. Il realismo è un'altra componente essenziale del film, dove l'unico elemento fantastico è rappresentato dalle scimmie senzienti ed evolute, inserite in un contesto che ambisce ad essere perfettamente reale. In questo senso è particolarmente accurata la ricostruzione della distopia futuribile, per ricreare un idea il più coerente possibile di quello che sarebbe il mondo restituito alla natura senza la presenza dell'uomo, tra i vari riferimenti troviamo sicuramente il romanzo documentale Il mondo senza di noi di Alan Weisman che teorizza su basi scientifiche proprio quale sarebbe l'evoluzione del pianeta un volta scomparso l'uomo e come le tracce della sua presenza, città, edifici, si disfarebbero nel tempo.

Allo stesso modo un altro tema del film è quello dell'analisi dell'evoluzione di una specie, quella delle scimmie, la cui intelligenza rappresenta l'elemento di fantasia, ma che viene trattato con coerenza e pseudo-realismo. Gli animali muti ma intelligenti del primo film emergono come specie dominante della terra, organizzate in una società che presumibilmente dovrebbe evolversi in quella di matrice antropologica del film originale del 1968 di Franklin J. Schaffner basato sul romanzo di Pierre Boulle, chiudendo così il cerchio: ma per ora in maniera molto coerente lo stacco con il film precedente e l'evoluzione dei vari elementi come il linguaggio avviene in modo graduale. Le scimmie comunicano ancora soprattutto con il linguaggio dei segni, hanno sviluppato anche la capacità di parlare ma in modo limitato e plausibile con i soli dieci anni di evoluzione rispetto al primo film.

Blockbuster intelligente

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Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie: una suggestiva scena del film

Matt Reeves si conferma regista di attori e autore sorprendentemente sensibile, cosa di cui aveva già dato prova con Blood Story, riesce in una sola scena ad evocare le suggestioni e le emozioni di un mondo che si riaccende da un blackout più di quanto la serie Revolution prodotta dall'amico J.J. Abrams sia riuscita a fare in due stagioni. A discapito del budget da capogiro, degli effetti speciali e del materiale da blockbuster che ha in mano, si dimostra capace di riuscire a realizzare, qui su scala enormemente più ampia, quello che già aveva lasciato intravedere con Cloverfield: ovvero fare in modo che la tecnologia sia asservita completamente al film e alla storia e non li fagociti, creando il prototipo di quello che definiremmo il blockbuster intelligente, merce sempre più rara di questi tempi e per questo il plauso è ancora maggiore.

Conclusione

Blockbuster fatto con il cervello, effetti speciali straordinari al servizio della storia dove non mancano azione e tensione all'insegna del realismo, ma che è anche e soprattutto una profonda riflessione sulla natura umana. Andy Serkis per la prima volta con la performance capture in esterni regala la miglior interpretazione di un personaggio non umano mai vista al cinema.

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Marvel Studios is currently announcing the cast of ‘AVENGERS: DOOMSDAY’


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• Florence Pugh

• Kelsey Grammer

• Lewis Pullman

• Danny Ramirez

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• David Harbour

• Winston Duke

• Hannah John-Kamen

• Tom Hiddleston

• Ian McKellen

• Patric Stewart

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L’alba del pianeta delle scimmie (2011)

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L'interpretazione di Cesar, il dolore e la rabbia insieme che vengono dal suo volto e dalla sua figura, sono probabilmente il principale punto di forza del film.

Monkey in My Soul

Will Rodman è un medico ricercatore di San Francisco, che ha messo a punto una rivoluzionaria cura per l'Alzheimer. Il farmaco, testato sulle scimmie da laboratorio, sembra dare risultati promettenti, tanto che il capo di Will, Steven Jacobs, intravede enormi possibilità di guadagno da una sua possibile applicazione; ma durante la presentazione del farmaco a potenziali acquirenti qualcosa va storto, una femmina di scimpanzè che ha ricevuto la molecola diventa aggressiva, e l'incidente provoca l'interruzione della sperimentazione. Will, però, non si dà per vinto, anche perché coinvolto personalmente: suo padre Charles è infatti malato di Alzheimer, e il medico non può fare a meno di trafugare le scorte del farmaco per somministrarle al genitore. In più, Will ha segretamente preso con sé il piccolo scimpanzè dato alla luce dalla femmina che aveva provocato l'incidente: Cesar, questo il nome dato al cucciolo, rivela da subito un'intelligenza straordinaria, superiore anche a quella dei suoi coetanei umani, segno che gli effetti del farmaco inoculato alla madre si sono trasferiti nel suo patrimonio genetico. Nel frattempo, Charles migliora in modo sorprendente, e Cesar cresce mostrando tratti di personalità sempre più umani; ma un incidente imprevisto separerà il giovane scimpanzè dal suo padrone, mentre una nuova sperimentazione del farmaco, che si rivelerà infine tutt'altro che sicuro, produrrà effetti devastanti.

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L'alba del pianeta delle scimmie, prequel/reboot della serie iniziata nel 1968 con l'originale Il pianeta delle scimmie, si è rivelato una piacevole sorpresa. D'altronde, i sequel della saga originale (quattro in tutto) avevano in parte deluso gli appassionati, e il remake del 2001 diretto da Tim Burton aveva lasciato l'amaro in bocca tanto a chi ricordava il prototipo, a cui non veniva aggiunto sostanzialmente nulla di nuovo, quanto ai burtoniani di ferro, che faticavano a rivedere in quel progetto su commissione stile e tematiche del regista di Beetlejuice ed Edward Mani di forbice. Nel frattempo, nel mondo del cinema americano e degli effetti speciali è successo di tutto: i dieci anni trascorsi equivalgono forse a un trentennio se rapportati alla velocità di evoluzione del passato, con l'uso massiccio della CGI e di tecniche come la performance capture che hanno rivoluzionato da dentro il modo stesso di proporre e fruire il cinema di intrattenimento. Ora, come già il Gollum de Il signore degli anelli e il King Kong del 2005 di Peter Jackson, lo scimpanzè Cesar è una creatura in gran parte virtuale; una creazione digitale e interamente animata al computer, che tuttavia necessita delle movenze reali, e concrete, di un Andy Serkis ormai specializzatosi nel prestare il suo corpo e la sua voce a dei simulacri filmici resi vivi dai pixel. Ciò che stupisce positivamente, in questo caso, è proprio il felice amalgama tra l'estremo realismo, frutto di un digitale quasi invisibile, della resa della creatura, e il fondamentale contributo dell'attore nel ricreare i movimenti, l'attitudine corporea, di una scimmia che prende contatto con la realtà di un'intelligenza superiore a quella dei suoi simili.

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Il lavoro della Weta, colosso dei sogni in digitale, è anche qui encomiabile: in un film dove il protagonista è proprio Cesar, era fondamentale rendere, con l'espressione facciale, l'evoluzione di una consapevolezza sempre crescente, la crescita fisica e mentale di una creatura che da un lato si rende conto di essere speciale tra i suoi simili, dall'altro sperimenta la solitudine insieme alla violenza fisica e psicologica, risultato della bestialità umana. L’“interpretazione” di Cesar, il dolore e la rabbia insieme che vengono dal suo volto e dalla sua figura, sono probabilmente il principale punto di forza del film. Film che comunque, è bene dirlo, ha anche altri pregi: a un intreccio tutto sommato risaputo (un'ennesima variazione sul tema del mostro di Frankenstein, con tematiche ecologiche altrettanto scontate) fa da contraltare uno sviluppo narrativo equilibrato e a tratti accattivante, con al centro un tormentato James Franco che, come da copione, mosso dalle migliori intenzioni finisce per provocare un disastro di proporzioni planetarie. La lenta presa di coscienza della scimmia Cesar, il suo distacco dal padrone e la sua consapevolezza nel mettersi alla guida di una sollevazione che cambierà per sempre i destini del mondo, sono resi dalla sceneggiatura con un crescendo emotivamente coinvolgente, che evita sapientemente le trappole del ridicolo involontario (sempre dietro l'angolo dato il tema) e relega le parentesi umoristiche a latere, in pochi dialoghi (tra l'altro molto gustosi) tra lo scimpanzè protagonista e un suo intelligente “collega” attraverso la lingua dei segni. E, se è vero che qualche personaggio è forse eccessivamente schematico e ai confini dello stereotipo (il custode del rifugio per animali interpretato da Tom Felton, lo stesso capo dell'azienda del protagonista a cui dà il volto David Oyelowo) va segnalata, come contraltare, l'intensa e dolente interpretazione di John Lithgow nei panni del padre malato del protagonista.

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Da parte sua, il regista Rupert Wyatt non ha problemi a gestire il tutto con sicurezza e senso del ritmo, dando spazio per oltre un'ora al montare di una tensione dai contorni che si intuiscono tragici, e concentrando tutta l'azione negli ultimi venti minuti, comunque estremamente godibili e visivamente “leggibili”. La tragedia vera, nel finale di questo L'alba del pianeta delle scimmie, resta sapientemente fuori campo, ma l'espediente utilizzato, sui titoli di coda, fa quasi più effetto di una descrizione per immagini. La strada per un sequel è più che mai aperta, ma in fondo la cosa non disturba affatto: Cesar è un personaggio in divenire per eccellenza, la sua strada di leader rivoluzionario dall'animo (paradossalmente) umano è tutta da costruire. Scoprirla (o riscoprirla) potrebbe essere, per lo spettatore, un'esperienza cinematografica più che appagante.

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