- dall’ultima puntata di indagini sull’omicidio di Giulia Tramontano.
I giornalisti e chi lavora nei media fanno ogni giorno delle scelte che contribuiscono a plasmare la percezione del mondo in cui viviamo. Molto spesso lo fanno malissimo quando si occupano di violenza maschile contro le donne. Riproducono infatti attraverso parole e immagini stereotipi, sessismo e discriminazioni, diventando allo stesso tempo prodotto e causa di una certa subcultura.
Sui giornali e in televisione spesso il femminicidio viene associato all'amore.
Un amore passionale, tormentato, assecondando così il fatto che la violenza possa far parte di una relazione. Oppure si usano parole e espressioni che fanno pensare a una fatalità, a una tragedia, un raptus, a una follia. E il sottotesto in questo caso è che i femminicidi siano qualcosa di imprevisto e di improvviso, quando invece nella grande maggioranza dei casi sono delle morti annunciate, l'ultimo atto, quello definitivo, di una lunga storia di abusi e mortificazione.
Queste narrazioni persistono, nonostante i centri antiviolenza, i femminismi spieghino da decenni come si fa. Il femminicidio è una decisione di chi lo compie.
Soprattutto, la violenza maschile contro le donne non va trattata solo come una notizia, ma come un problema sociale e profondamente politico.