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Alla fine, Will è l’uomo solo per eccellenza, abbandonato dalla società che ha passato la vita a proteggere e in cui ha da sempre creduto; deluso e disgustato, getta per terra, nello sporco e nella polvere, la sua tin star, la stella di latta simbolo di ideali traditi e paroloni da ipocriti. Insomma, il cinismo, la revisione e la critica galoppano ad alta velocità in Mezzogiorno di fuoco, nonostante l’aspetto da western classico.
L’amante indiana è un’opera fondamentale per capire la futura revisione del genere; non va dimenticato, infatti, che la pellicola si inquadra perfettamente nel western, rispettandone diversi topoi: ci sono le sparatorie, gli agguati, le cavalcate in grandi spazi aperti, i cowboy e gli indiani e le scazzottate nei saloon, certo; ora, però, sono arricchite da una complessità, fornita sia ai classici “nemici” del selvaggio West, sia al ruolo storico complessivo degli Stati Uniti nelle guerre indiane (la cui responsabilità viene fatta ricadere qui proprio sugli States), che non può non lasciare soddisfatti.
Ormai ultracentenario, il capolavoro di Murnau resta tutt’oggi uno dei film più iconici, influenti e citati di sempre. Si tratta sicuramente di un film intramontabile che, sebbene mostri i segni dell’età, sembra racchiudere in sé – un po’ come la sua creatura protagonista – un alone di immortalità e di fascino che è destinato a perdurare nei secoli.
Se il Nosferatu di Murnau era avanguardia espressionista e quello di Herzog gotico romanticismo, il vampiro di Eggers è un vampiro post-moderno e pornografico, del quale il regista mostra senza vergogna la condizione di non-morto infelice. Questo Nosferatu desidera annullare la propria indole, soddisfacendo però quello che sembra essere non l’esito di una maledizione, ma il fine delle proprie pulsioni più basse.